Il ritorno delle “madri” nelle installazioni di Ilaria Beretta

 

di Eleonora Fiorani

 

Ilaria Beretta 2014.Madre.Scultura Pietra di Vicenza, acrilico, acciaio. Cm 30x20x65

Ilaria Beretta 2014.Madre.Scultura Pietra di Vicenza, acrilico, acciaio. Cm 30x20x65

C’è nelle recenti opere di Ilaria Beretta il limpido venire in luce o meglio l’accentuarsi della presenza dell’arcaico qui e ora, volutamente ricercato e interrogato nel suo enigma. E quindi un’idea di arte come presentificazione “incandescente”, come la definisce Benjamin, di motivi, figure, forme riposti nel passato di cui si fa tramite. Ne ritrova e valorizza motivi, che solo apparentemente erano perduti e li fa riaffiorare e rivivere nel presente, mettendo in atto un movimento all’indietro, un “balzo della tigre”, che genera una decontestualizzazione frammentata e sincopata come un’esecuzione jazz di segni del passato che ci appaiono del tutto contemporaneistici.

A cominciare dagli “Chevron”, le V multiple, e i trattini, le asticciole, i punti rossi e neri, i cerchi, i bastoncini incisi o dipinti, presenti nelle caverne-santuario e nelle pitture rupestri del complesso franco-cantabrico, in Tanzania, in Nabibia, nel Tassili algerino, che ci restano enigmatici e si sottraggono alla nostra comprensione come la loro associazione in  simbologie numeriche. Segni che appaiono sul corpo delle madre e poi su oggetti di culto e ceramiche, che costituiscono l’antico linguaggio della dea partogenetica e autegenerantesi, la generatrice di vita, la dispensatrice della fertilità, colei che protegge e nutre, ma anche colei che presiede alla morte. Costituiscono la grammatica e la sintassi di una sorta di metalinguaggio della visione della cultura pre-indoeuropea che ha trasmesso una costellazione di significati che si sono mantenuti nel tempo e sono giunti fino a noi. Emmanuel Anati, nel 1988, li descrive come un vero e proprio alfabeto, presente in tutte le culture. Con essi si strutturano i simboli, gli archetipi e gli psicogrammi che materializzano l’invisibile della mente, dei sentimenti, dei suoni. Una mossa radicale anticlassica, che a Walter Benjamin è apparsa vicina a quell’“arte simbolica” che secondo Hegel è propria della preistoria. Si tratta di uno Jetztzeit, di un tempo-ora, che reinveste nel presente un gesto o evento del passato.

E’ però proprio la dimensione enigmatica che segni e figure mantengono, sottraendosi alla nostra comprensione, l’aspetto che più ci affascina e insieme ci spaventa ed è ciò che più interessa Ilaria Beretta nel suo accostarsi all’iconografia della Grande Madre e ai suoi linguaggi, a un pensiero e a un’arte di cui Leroi-Gourhan ha sottolineato l’originalità. Dato che nella sua articolazione spazio-temporale ci si trova  dentro, implicati in una logica di opposizione e di strutturazione simbolica del mondo. Un linguaggio multidimensionale che si muove nelle tre dimensioni dello spazio e si dispone a raggiera e sta al di là del nostro orizzonte narrativo unilaterale e lineare.

Tutto ciò ci fa vedere con altri occhi e fa anche virare su altri sensi ciò che del resto già emergeva nella precedente ricerca di Ilaria Beretta, nel suo praticare un’estetica del frammento e dell’alterità che progetta forme e spazi derivanti dall’area di probabile individuazione di un elettrone in un orbitale atomico e dalle curve matematiche della teoria delle catastrofi di René Thom: sono forme libere dalle costrizioni tipologiche, fluide come le nuvole, e sono spazi dinamici, senza limitazioni, quindi indefinibili con qualità fisse, spazi che mutano in relazione a ciò che avviene in essi, spazi dalle caratteristiche nuove e mutevoli nel tempo le cui regole possono modificarsi attraverso quello che avviene in essi. E’ un modo di operare e pensare l’arte che sembra andare alle radici di  molti dei progetti attuali di biotettonica, che sembrano richiamare la Ville surrealiste di Marcel Jean, una città non euclidea con le sue forme biomorfe e matematiche, fatta di edifici piegati come tessuti, ponti che non portano da nessuna parte, superstrade che si trasformano in edifici, biblioteche a forma di nudo femminile inginocchiato. Greg Lynn parla di nuove specie di forme, di forme “proto geometriche”, “an-esatte”, “indistinte”, “duttili”, “viscose”. Perfette per dire l’incerto in cui dipana la vita umana nella visione heideggeriana che Ilaria Beretta fa sua così come coglie la riflessione di Deleuze sulla piega per leggere il barocco a monte del dispiegarsi della materia e del neobarocco in cui ci troviamo a vivere.

Da qui viene la peculiare complessità delle installazioni di ilaria Beretta che fa interagire strutture oggettuali e opere multimediali di videoarte a costituire una narrazione che si intreccia con la varietà di materiali, legni, terracotte, pietre, cuoio, pelli tatuate, ferro, chiodi, lamiere, cavo d’acciaio, filo da pesca, tela di lino grezza, carta, grafite, inchiostro, tempera, sanguigna, videoproiezioni, nell’idea che nel dialogo e nell’unità tra scienza ed arte e antropologia siano tracciabili mappe e sensi che attraversano epoche e mondi in  cui emergono archetipi formali che affondano nella notte del tempo come presenze inquietanti della contemporaneità.

Lo dicono le madri che riprendono le forme della madre uccello della preistoria rigorosamente geometrica, strutturata da forme a V, dai grandi occhi e quelle della rigida, bianca signora della morte, la madre-osso, nuda, con le braccia contratte, che non mai solo signora della morte ma anche della rigenerazione come la reggitrice della vita. Madri su cui iscrivere gli Chevron, e gli antichi segni, le linee e i trattini rossi. Lo dicono le pietre erette, i menhir, i totem, le riproduzioni a parete dei siti mortuari.

Contaminazioni che si incontrano con il testo appeso di Antonio Caronia che fa interagire le scritture diverse eppure convergenti di Artaud, Ballard, Foucault cosicché possano incontrarsi il “corpo senza organi” di Artaud e la biopolitica di Foucault. E’ del resto in un passo di Foucault che la morte diviene il termine del potere, in un rapporto di esteriorità.  Collocata nel privato, è ciò che sfugge il potere, che non conosce più la morte. E si concentra sulla vita. Per questo le rigide bianche signore, le madri-osso di Ilaria Beretta assumono significati altri che ci parlano della attuale condizione di vita.

E si incontrano con “Funzione Y”, la forma conica di pelli tatuate e carta appesi con cavi d’acciaio, che rappresenta l’area di probabile individuazione di un elettrone in un orbitale atomico di idrogeno. A cui si aggiungono le sculture in pietra che rappresentano alcune delle curve matematiche della teoria delle catastrofi di René Thom: la cuspide e l’ombelico. Alle pareti disegni su carta e su pezzi di pelle e incisi su lamiera. Un video interattivo mostra due diversi montaggi che entrano in gioco a seconda della posizione dello spettatore così che la sua presenza diviene una componente dell’opera che fa sì che, in uno vengano proiettati testi di Pasolini sulla forma della città, su Sabaudia e la civiltà dei consumi e Profezie, nell’altro vengono invece proiettate immagini di diverse città, contributo volontario e opera di diverse persone che hanno voluto partecipare all’operazione, raccolte mediante la rete. Sul pavimento sotto l’installazione di “Funzione Y”, il cono delle pelli tatuate, e davanti al video di Pasolini, terra e semi diventano mobili registrazioni delle impronte dei visitatori.

Sono tutte visualizzazioni di sistemi, che pur essendo deterministici si comportano in modo apparentemente casuale. Sistemi sensibili influenzabili da eventi anche minimi, iscritti in un caos deterministico caratteristico dei processi creativi in evoluzione. Cosicché il caos diviene ordine rintracciabile in differenti modelli, che la teoria delle catastrofi di Thom, su cui si concentra l’interesse di Ilaria Beretta  nel suo percorso artistico, esplora, fornendoci modelli matematici nuovi, nell’universo delle forme che nascono, muoiono e mutano, un universo di piccole mutazioni continue che inducono il divenire.

E’ un’apertura di nuovi scenari che sono nuovi modi di pensare l’arte e interagire con essa, in quanto mettono in relazione la matericità fisica dello strumento musicale, “la tavola sonora”, costruito aggiungendo corde a un tronco di legno, la matericità delle sculture (catastrofi, ombelichi, funzioni Y) e la matericità delle immagini e dei testi (Pasolini, Deleuze, Heidegger) con l’invisibile del mondo delle particelle cercando di renderlo accessibile intuitivamente e attraverso la vista e il tatto, e con esso far nostra la consapevolezza della mutazione delle forme e della stessa vita. E però al nostro sguardo il riconoscerci  nasce da qualcosa di antico e insieme familiare che le forme e le scritture evocano, dall’antica complicità con i materiali a cominciare dalla pietra, con le pelli che sono l’ipersuperficie per eccellenza, le parte tattili dei corpi e delle cose. E soprattutto dall’inquietante presenza delle madri, luogo dell’origine, che però continua a sottrarsi alla nostra comprensione conservando intatto il suo mistero.

Ulteriori suggestioni e interazioni vengono dal luogo dell’esposizione, Villa Ceriani Bressi, sede del Museo Archeologico di Erba per il quale e i suoi reperti le installazioni di Ilaria Beretta sono state pensate e con cui dialogano.

 

Eleonora Fiorani

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