Stratificazioni

di Eleonora Fiorani

Stratificazioni. 2014. Triennale di Milano.Installazione interattiva in realtà aumentata.Tessuto e fibre di- Carbonio, Vetro, Aramidico, Basalto e fotografia digitale, carta, grafite, acciaio, nylon, resina epossidica. Cm 900x300x500. Fotografia di Alessio Segala

In Ilaria Beretta è presente un’estetica del frammento e dell’alterità che progetta forme e spazi derivanti dall’area di probabile individuazione di un elettrone in un orbitale atomico e dalle curve matematiche della teoria delle catastrofi di René Thom: sono forme libere dalle costrizioni tipologiche, fluide come le nuvole, e sono spazi dinamici, senza limitazioni, quindi indefinibili con qualità fisse, spazi che mutano in relazione a ciò che avviene in essi, spazi dalle caratteristiche nuove e mutevoli nel tempo le cui regole possono modificarsi attraverso quello che avviene in essi. E’ un modo di operare e pensare l’arte che sembra andare alle radici di  molti dei progetti attuali di biotettonica, che sembrano richiamare la Ville surrealiste di Marcel Jean, una città non euclidea con le sue forme biomorfe e matematiche, fatta di edifici piegati come tessuti, ponti che non portano da nessuna parte, superstrade che si trasformano in edifici, biblioteche a forma di nudo femminile inginocchiato. Greg Lynn parla di nuove specie di forme, di forme “proto geometriche”, “an-esatte”, “indistinte”, “duttili”, “viscose”. Perfette per dire l’incerto in cui dipana la vita umana nella visione heideggeriana che Ilaria Beretta fa sua così come coglie la riflessione di Deleuze sulla piega per leggere il barocco a monte del dispiegarsi della materia e del neobarocco in cui ci troviamo a vivere.

Ne è venuta un’opera complessa in cui interagiscono installazioni e opere multimediali di videoarte a costituire una narrazione che intreccia cuoio, pelle, ferro, lamiere, cavo d’acciaio, filo da pesca, tela di lino grezza, carta, grafite, inchiostro, tempera, sanguigna, videoproiezioni, terra, semi, nell’idea che nel dialogo e nell’unità tra scienza ed arte siano tracciabili mappe e sensi che ci orientino nella mutazione e nell’impossibilità di previsione sul futuro nel mondo globalizzato..

Lo dice la forma conica di pelli tatuate e carta appesi con cavi d’acciai, posta, al centro che rappresenta l’area di probabile individuazione di un elettrone in un orbitale atomico. A cui si aggiungono due sculture in pietra che rappresentano 2 delle 7 curve matematiche della teoria delle catastrofi di René Thom, la cuspide e l’ombelico. Alle pareti disegni su carta e su pezzi di pelle e incisi su lamiera. Una videoproiezione all’interno del cono di pelli fa sì che, passando vicino al video, la sequenza di immagini di città si interrompa e subentrino scariche di frame tratti dai video di denuncia di Pasolini, così che la presenza dei fruitori diviene una componente dell’opera. Sul pavimento, terra e semi diventano mobili registrazioni delle impronte dei visitatori.

Sono tutte visualizzazioni di sistemi, che pur essendo deterministici si comportano in modo apparentemente casuale. Sistemi sensibili influenzabili da eventi anche minimi, iscritti in un caos deterministico caratteristico dei processi creativi in evoluzione. Cosicché il caos diviene ordine rintracciabile in differenti modelli, che la teoria delle catastrofi di Thom, su cui si concentra l’interesse di Ilaria Beretta  nel suo percorso artistico, esplora, fornendoci modelli matematici nuovi, nell’universo delle forme che nascono, muoiono e mutano, un universo di piccole mutazioni continue che inducono il divenire.

Così l’opera di Ilaria Beretta va oltre la realtà visibile, per rendere visibile l’invisibile facendo anche dell’arte qualcosa che non è più da contemplare, per appartenere all’esperienza del toccare, del farsi prossimi alle cose, tutt’uno con esse. E’ anche apertura nell’arte di nuovi scenari che sono nuovi modi di pensare l’arte e interagire con essa, in quanto mettono in relazione la matericità fisica delle sculture e delle immagini con l’invisibile del mondo delle particelle cercando di renderlo accessibile intuitivamente e attraverso la vista e il tatto, e con esso far nostra la consapevolezza della mutazione delle forme e della stessa vita. E però al nostro sguardo il riconoscerci  nasce da qualcosa di antico e insieme familiare che le forme e le scritture evocano, nasce dalle suggestioni delle voci a partire dal fatto che la pelle è l’ipersuperficie per eccellenza, è la parte tattile del corpo, non solo qualcosa da guardare. Nasce dalla pluralità delle lingue e gli invisibili nessi che collegano lingua e geografia, sentimenti e paesaggi, luci, colori suoni, piccole sfumature nei modi di camminare, sorridere, di piangere, di vivere e di morire evocate dalla videoproiezione di immagini di diverse città in cui tutte le fotografie sono opera di diverse persone che hanno voluto partecipare all’operazione.

Eleonora Fiorani

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